Antonio bilotta è un giovane scultore di profonda introspezione, con uno sguardo sempre attento e coerente alla propria poetica della materia.
La sua scultura si contraddistingue per un fare semplice e singolare e per un procedimento idealistico capace di dar vita a volti sfuggenti, in cui i particolari si rivelano e si celano nella materia, in un passaggio incessante.
Attraverso la modalita con la quale modella i suoi soggetti, Bilotta propone una riflessione che libera lo sguardo dello spettatore dalla fruizione della realtà statica a favore della sua percezione.
Raccogliendo tutte le sfaccettature che l’argilla sembra porgergli, l’artista approda a una sua forma di espressività introspettiva, in grado di amplificare il rapporto dialettico fra forme e informe.
I suoi volti dalle sembianze incerte, sfaldate in materia primordiale, testimoniano il peso, emozionale ed intellettuale di un’umanità cosapevole del proprio destino eppure alla ricerca del senso dell’esistenza.
Sospesi tra la spossatezza e l‘incertezza, in procinto di svanire in un nulla materico, ma nello stesso tempo pervasi da un profondo e inconsolabile desiderio di soppravvivere, stanno li davanti a noi e ci scrutano, con i loro occhi larghi, appena abbozzati, aperti in uno sguardo prensile, ma di austera fissità, che ammonisce senza incutere terrore.
La visione non puo essere intesa come la semplice riproduzione di un’immaggine.
In questa percezione visiva al mente procede insieme all’anima, per tradurre la realtà in una profonda e sobbalzante metavisione.
Francesca Londino, 2008
La scultura di Antonio Bilotta ci si offre come il felice approdo di una sperimentazione che tiene insieme e combina operazione tecnica, tema ed espressione al quale l’attività di questo scultore è pervenuta nell’arco degli ultimi anni. Identità come radice di senso di ciascuna di queste realizzazioni. Identità figurata e maschile, poiché endogena e soggettiva, cui il materiale d’uso, l’argilla, si piega quale terreno ideale. Un intervento sulla materia, quello di Bilotta, che non patisce freni, ma si esprime con un modellaggio ora intento e conciliante ora impulsivo e incurante. Quel che ne affiora è un paesaggio di volti smarriti, come stupefatti dinanzi all’apparire delle cose, spettatori compresi. Lo slancio creativo non si compiace di peculiari segni esteriori in cui palesarsi, né assente ad alcun archetipo o modello. Il gesto, così visibile, non è indirizzato da una “teoria” artistica o da una procedura tipo e proprio in ciò, a mio avviso, sta il carattere rilevante di queste opere, la loro piena attualità. Il contesto formativo risulta determinante. Bilotta, seppure italiano in Francia, ove vive e opera, compie i suoi primi studi alla New York Academy of Art. Un esordio che s’impone ipso facto a chi operi nell’ambiente dell’arte. L’eloquente latitanza dei grandi modelli della tradizione italiana mette per così dire in cifra il suo iter produttivo. Vi si coglie come la ferma consapevolezza all’essere qui ed ora e con ciò la conseguente futilità d’ogni compromesso con un passato di cui si sia perduto il senso del familiare. Cosa, se non esistenze d’un attimo, possono dunque esprimere questi personaggi in bilico sulle soglie dell’entropia? L’artista sembra volerci parlare della possibilità di essere qualcosa, più che qualcuno, ad onta delle necessità classificatorie dell’attuale civiltà tecnologica. Perché non vedere in questi vagiti d’umanità, ancorché effigiata in volti terrigeni e patiti, l’impellenza di una parola che suoni ancora vitale, umanamente interrogativa dinanzi all’ingombro di una realtà materialmente satura? In questo, a mio vedere, consiste il motivo d’interesse per l’attività di questo giovane scultore.
Simone Bilotta 2009
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